Tu chiamale se vuoi emozioni

 

Ho fermato le mie dita, mi sono chiusa in una gabbia di silenzio, troppo forti, troppo grandi, ingestibili e indescrivibili. Ho dovuto fermarmi, pensare, gestire, crescere e affogare. Eccomi qua’ cresciuta, non piú preda ma carnefice, razionale e paziente.

Sterile.

Le emozioni sono come bestie, ti possono sbranare o le puoi domare.

Sono convinta ci sia un’altra via e la chiameró libertá condizionata.

Il mio prossimo esperimento. Dopo aver lasciato le mie emozioni piú genuine completamente libere di annientarmi e dopo averle successivamente domate e rinnegate adesso cercheró di lasciarle libere a poco a poco, come detenuti di un penitenziario. Ho capito che non posso vivere di esse ma neanche senza.

Forse la chiave della felicitá é quella di una gabbia della quale tu stesso sei il carceriere.

 

 

 

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La mia borsa

Ascoltando la canzone di Noemi, la borsa di una donna (lo so, da me, San Remo è arrivato in ritardo) non posso fare a meno di guardare cosa c’è nella mia, scommetto che ogni donna lo ha fatto o ci ha pensato. Nella mia c’è un gran casino ma anche alcune cose interessanti.

Qualcosa di rosa

Le mie amiche sono finalmente riuscite a convincermi che in mezzo a tutto il mio nero ci può stare un po’ di frivolezza così ho inserito questo colore tra i miei accessori, anno scorso era un’agenda, avevo necessità di scrivere, adesso è un ombrello chiuso nella speranza di rivedere la pioggia di un paese vicino e allo stesso tempo lontano.

Un biglietto usato

Quel volo che mi ha riportato a casa, quel conflitto tra tornare e restare, quel viaggio che mi porto dentro e che non sono riuscita a spiegare o forse qualcuno ha fatto finta di non capire.

Un estratto conto

Niente scontrini per me ché comprare non è la mia specialità, al loro posto un estratto conto, prosciugato da quel viaggio, la lista dei movimenti della mia vita, tanti chilometri e saldi a scalare da un po’ di tempo a questa parte. Un foglietto di carta che intima di fermarmi, il simbolo della mia pausa, l’attesa della grande svolta.

Un copione

Come canta Ligabue: “c’è sempre una parte da recitare”. Non c’è miglior modo di conoscere se stessi se non vestire i panni degli altri.

Chiavi e portachiavi

Oggetti del passato, ricordi di porte chiuse, di serrature cambiate, di accessi, alcuni ancora percorribili altri inaccessibili; che poi le chiavi non le trovo mai, i portachiavi sempre.

Non c’è molto altro nella mia borsa ma è una borsa sempre aperta; c’è chi ha rubato e chi invece qualcosa ha lasciato, non pesa poi così molto, non è di particolare valore ma ricordo esattamente il giorno in cui l’ho comprata, prima di quel viaggio, sempre in conflitto tra partire e restare, ed è per questo che l’ho comprata, si vedeva che era destinata a viaggiare.

 

L’amore è una cosa semplice

L’amore è una cosa semplice.

Me lo ha detto un ragazzo ieri sera.

Di quello che mi ha raccontato però nulla mi pareva semplice. Nelle sue parole vedevo tante chiare scelte sbagliate ma chi sono io per dirglielo? Ho preferito tacere.

L’amore è una cosa semplice. Probabilmente su questo ha ragione ma il concetto di semplicità va un po’ ridefinito.

L’amore capita, non si sceglie, al massimo si può ignorare, l’amore si fa.

Si fa principalmente con gli occhi, con i piedi che s’incrociano, con le mani che si sfiorano, con la musica, quel beat che è unico ed irripetibile.

Tutto questo è molto semplice. Il complicato lo fanno le circostanze, il tempo, la società, quello che io chiamerei il piano della realtà.

Vorrei poter decidere di chi innamorarmi, sarebbe semplice. Un ragazzo intelligente e sensibile quanto basta, di aspetto piacevole e dai molti interessi, magari potrei trovarlo in un paese vicino così da poterci vedere frequentemente senza starci troppo addosso. Di uno così mi potrei innamorare e sarebbe semplice.

Purtroppo però l’amore io non lo decido, l’amore a me capita.

Capita che viviamo in nazioni differenti, che i nostri sentimenti non vadano di pari passo, che non parliamo la stessa lingua, capita a me e non è detto che sia reciproco, capita ad entrambi e ce lo teniamo nascosto perché non doveva capitare, capita che finisce, capita.

L’amore per me è un viaggio su un treno del quale non posso permettermi il biglietto così a volte affronto il rischio di una multa e salgo, altre resto ferma alla stazione a guardare i treni fermarsi e ripartire.

L’amore è una cosa semplice, proprio come un viaggio in treno.

Tra martiri ed eroi

Quando ti ho conosciuto fingevo di capirti, ci provavo, volevo piacerti, essere al tuo livello ma in realtà io il tuo amore platonico e il tuo ermetismo non li capivo e le tue metafore erano solo tanti punti di domanda ai quali non riuscivo a dare una risposta.

Per me l’amore era una cosa terrena, pratica, semplice, elementare forse e tu lo rendevi così complicato, impossibile, inaccessibile, misterioso, devastante ma inspiegabilmente vero.

Io ti insegnavo che amare era sinonimo di dare e tu replicavi che era ricevere e accettare senza pretese. Io da te pretendevo una risposta e tu continuavi a pormi domande.

Nella nostra incomprensione io e te ci siamo insegnati l’amore a vicenda, senza mai dirlo, senza mai farlo. Tu hai imparato a dare e a donarti. Io ho imparato a ricevere, ad accettare ed accettarmi.

Da allora ho accettato senza domande di non essere io la scelta giusta e ho imparato a ricevere senza contraccambiare.

Solo oggi però ho capito quello che per te era l’amore. L’ho capito perché l’ho provato, è stato reale e irreale al tempo stesso, un amore che aveva una fine prima ancora che avesse un inizio, quell’amore che ti fa venire voglia di combattere ma qualunque guerra, si sa, anche se giusta, rovina sempre il campo di battaglia.

Ora capisco perché il tuo amore fosse più vero; è l’amore per cui ti faresti eroe ma preferisci farti martire affinché esso non si logori.

La risposta

Mia sorella questa settimana mette in scena uno spettacolo intitolato “la risposta” dove un gruppo di anime vengono interrogate su cosa sia la felicità. La risposta a questa domanda detterà il loro futuro che non sto qui a spoilerare; andate a vedervi lo spettacolo che è meglio.

Che cos’è la felicità?

Avete presente gli ossi della fortuna? soffiare sulle candeline il giorno del proprio compleanno? passare sotto un ponte mentre sopra sfreccia un treno? vedere 4 numeri uguali nell’orologio? scorgere una stella cadente e tutte queste tradizioni che ti fanno esprimere desideri?

Io ho sempre avuto, da che ricordo, un unico desiderio: la felicità.

Quando ho detto ad un mio amico che esprimevo sempre lo stesso desiderio da una vita lui mi ha risposto che probabilmente non doveva funzionare un granché.

Aveva torto…funziona sempre, solo che io non metto mai il soggetto, io la desidero, come assoluto, è il destino poi a scegliere a chi donarla.

Della felicità io non so molto, ma so che non è egoista, che non pretende nulla in cambio, che non sta nelle cose, che non è continua, che non è perpetua, che come la legge moderna non è uguale per tutti.

La felicità gioca spesso a nascondino, va ricercata e come ogni bella donna va desiderata. So che felicità con serenità fa solo una bella rima baciata e che al contrario la felicità scompiglia e fa paura soprattutto quando è pura.

Essa non ha tempo, né orari, a volte è in ritardo, a volte sfreccia, a volte si ferma, a volte sorpassa ma a volte basta sorriderle per far sì che ti aspetti.

La cosa più importante che so?

La felicità non si compra ma si regala.

Allora eccomi qua da una vita ad esprimere desideri che colpiscono chi mi sta più a cuore nel momento in cui li esprimo. La maggior parte delle volte non so nemmeno io a chi sono destinati, è difficile guardarsi con sincerità.

Ho soffiato su una candela esattamente una settimana fa e so per certo che qualcuno sta vivendo il suo momento di felicità.

La domanda però rimane: che cos’è per me la felicità?

Guardare il riflesso di un’alba dentro un paio di occhi.

P.S.  qui sotto il link dell’evento (sicuramente loro ve la sapranno spiegare meglio :P)

https://www.facebook.com/events/205534699813744/

Cuori da sport estremi

Bungee jumping

Tipico dei cuori nostalgici e un po’ codardi il bungee jumping è un buttarsi a capofitto in un nuovo sentimento senza aver tagliato l’elastico del proprio passato. Il cuore si tuffa carico di speranze e adrenalina ma incapace di atterrare, costretto a rimbalzare tra passato e futuro finché non rimane sospeso immobile.

Rafting

Disciplina dei cuori che non amano impegnarsi e si divertono destreggiandosi tra un ostacolo e l’altro a tutta velocità schivando ogni possibile incidente. Sul fiume chiamato Amore ci sono delle rapide ed è lì che puoi trovare i cuori infranti, principianti di questo sport, e i cuori illesi, esperti avvezzi ad ogni cascata.

Paracadutismo

Questi cuori sono alla ricerca della felicità, costantemente tra le nuvole e tatuati della frase “o la va o la spacca”. Si lanciano senza legami alle spalle confidando che il sentimento si apra in volo facendoli planare dolcemente su un campo d’amore. Sono cuori fiduciosi, a volte troppo ma capaci di volare.

Arrampicata

Cuori razionali, coi piedi per terra, attrezzati, impavidi ma non incoscienti, preparati a tutto e abituati alla fatica. Sono cuori pazienti che scelgono la strada più complicata, il sentiero meno battuto facendo affidamento solo sulle proprie forze. Tosti e determinati non si distraggono, possono metterci anni a raggiungere la vetta desiderata ma una volta arrivati hanno il panorama più bello si tutti. Sono cuori che non si buttano ma scalano perchè non si accontentano di quello che hanno a portata di mano e sanno che dall’alto possono vedere tutto scegliendo quando e dove fermarsi. Sono cuori fedeli e leali, poco suscettibili ai colpi di vento, alla ricerca del panorama perfetto, alcuni lo trovano, altri ne scorgono molti senza tuttavia decidersi a dire basta, continuando curiosi e imperterriti la loro ricerca.

Texas Holdem

2 carte in mano e tutto quello che devi fare è decidere se giocare o passarla questa mano.

Si vanno a scoprire le prime tre carte e ancora una volta la tua decisione è vedere o lasciare, adesso hai solo un po’ più d’indizi ma anche qualcosa di tuo sul piatto e a volte a quel qualcosa ci si rimane attaccati.

Una quarta carta precede l’epilogo, le probabilità si definiscono meglio e si ha sempre più da perdere.

Quinta e ultima carta; o hai il punto o non lo hai, si tenta sempre di salvare quel che di proprio è su quel tappeto verde, a volte forti delle proprie carte, a volte bluffando.

La vita per me è una continua partita a poker, parti con pochi indizi e con qualcosa di tuo, poi ecco che subentrano le variabili: gli altri giocatori, il destino, le mani amiche e quelle sfortunate.

Con il tempo si impara che a volte le carte che si hanno non sono proprio buone ma che se sei bravo riesci a farle fruttare e non è sempre detto che gli altri le abbiano migliori delle tue.

Altre volte invece avere le carte giuste non basta, altre ancora basta ma il guadagno non è un gran che.

Il poker mi ha insegnato a capire quando fare un buon fold, quando rischiare e anche a bluffare quando le cose si complicano e non si ha altra scelta se non quella di fingere per proteggere ciò che ormai è investito.

Mi ha insegnato che alcune mani te le ricorderai per sempre; che per ogni vincita impossibile c’è una perdita inaspettata.

Mi ha insegnato che andare “all in” non è un atto di resa o disperazione ma un gesto di estrema fiducia in se stessi quando la posta in gioco ne vale la pena.

Mi ha insegnato a non nascondere assi nelle maniche ché i bari non son giocatori.

Piuttosto ho una fiche che porto con me, come portachiavi, un regalo che mi fu donato, perché come dice Ligabue “c’è chi ha perso una brutta partita però forse una fiche gli è restata e può darsi ci sia un altro giro di ruota.”