La risposta in un abbraccio

Era venerdì 17 Luglio ed eravamo ad una festa paesana una abbracciata all’altra, in lacrime entrambe, ti stavo dicendo addio, ti stavo dicendo che non avremmo più giocato insieme l’anno seguente, che avevo bisogno di soldi e che dovevo andarmene in un’altra società. Quella sera ti dissi che saremmo diventate avversarie ed era un peso assai grande da sopportare. Eravamo lì abbracciate e piangenti in mezzo alla gente che ci guardava in quel giorno di festa credendo che fossimo pazze. Non c’importava nulla, quella sera il resto del mondo non esisteva.

Oggi, da poche ore domenica 24 Gennaio ci ritroviamo qui, di nuovo una abbracciata all’altra, di nuovo in lacrime, di nuovo in mezzo ad una festa. Abbiamo perso quella partita che doveva vederci separate da una rete e che invece ci ha visto ancora compagne, amiche, sorelle. Le nostre sono lacrime di sconfitta perché speravamo che, almeno una volta, il bene vincesse sul male, la lealtà sull’arrivismo, la sincerità sulla menzogna, l’onestà sulla corruzione. Speravamo che i nostri sacrifici non fossero stati vani e cercavamo la risposta nel risultato di quella partita.

Ci guardiamo per un momento e capiamo che la risposta sta nel nostro abbraccio e come dice la canzone in sottofondo: è questo l’importante.

IMG-20150317-WA0007

La strana storia di Gioia e Dolore

Gioia nacque una mattina alle 11:30, era pronta per il pranzo. Aveva già capito quali erano i piaceri della vita. Crebbe forte e il suo sorriso non si allontanava mai dal suo volto nemmeno quando copiose lacrime scendevano sulle sue guance. Amava la vita e aiutava il prossimo senza chiedere nulla in cambio. Dopo tanti anni passati così si stancò e si fermò a pensare se tutta quella felicità non fosse un po’ finta, un po’ costruita, forzata. Provò ad iniziare a vivere diversamente da come aveva fatto fino ad allora, andando per tentativi, cercando di capire cosa si celava dietro ai sorrisi.

Dolore nacque un po’ di tempo dopo, di notte, in solitudine, sua madre era giovane, troppo per essere una madre, così la nonna si trasformò in mamma e lei in sorella. Dolore era al mondo da meno di un minuto e già era stato tratto in inganno. La sua vita così si costruì tra castelli di bugie, tradimenti e falsità. Egli era costantemente arrabbiato con il mondo e il suo unico obiettivo nella vita era vendicarsi dei torti presunti o subiti noncurante del male che poteva infierire agli altri. Usava la sua intelligenza per manipolare le persone privo di ogni sensibilità.

Un giorno i due si incontrarono e provarono a conoscersi. Gioia capì che non serviva sorridere tutto il tempo e che poteva essere debole e evitare di mascherare la propria tristezza. Dolore invece si accorse che non tutti erano pronti a fargli del male e che bastava poco per imparare a sorridere, fare del male agli altri non era l’unico modo di sentirsi bene.

Se quei due avessero vissuto lontano dal mondo probabilmente si sarebbero salvati a vicenda e avrebbero trovato la pace ma la realtà separò nuovamente le loro strade.

Dolore col tempo tornò ad essere insoddisfatto e arrabbiato col mondo, tornò a sentirsi bene solo vedendosi riflesso nel suo prossimo. Gioia invece voleva tornare a sorridere e non riusciva a farlo con lui accanto, più lei sorrideva, più lui la feriva. Si allontanarono e non si videro più.

Gioia ricominciò ad illuminare col suo sorriso la vita delle altre persone e finalmente capì che non era una finzione, era solamente la sua natura, era fatta per aiutare gli altri e questa era l’unica fonte della sua felicità.

Dolore continuò con il suo percorso distruttivo fregandosene del prossimo, pieno di false amicizie e altrettante false relazioni ma a lui andava bene così: era la sua natura.

Esperimenti sull’orlo dell’io

In un momento della mia vita in cui sono stata preda di confusioni e cambiamenti ho fatto un esperimento introspettivo sociale, o almeno io lo chiamo così.

Capita a tutti, credo, ad un certo punto della propria esistenza di non sapere più chi siamo, di non avere più certezze, al che ho iniziato a interrogarmi sull’essere umano.

Cosa definisce la mia esistenza in quanto umana? Se io fossi sola in mezzo al nulla, perciò in totale assenza di relazioni, esisterei? Penserei? Agirei?

Credo di no.

L’uomo agisce, in principio, dettato dall’istinto animale, dal bisogno di soddisfare esigenze corporee. Tutto ciò però non spiega i sentimenti ed il pensiero. Questo non basta a spiegare l’uomo.

Sono arrivata alla conclusione che noi esistiamo solo in relazione all’altro e che noi siamo quello che gli altri pensano di noi, senza il loro pensiero noi non esisteremmo. Siamo la somma totale delle nostre relazioni, di quello che percepisce l’altro e di ciò che percepiamo noi in relazione ad esso.

Anche questo però non basta, perché si dimentica un fattore importante. Il fattore tempo.

Non tutte le nostre relazioni sono eterne, anzi nessuna direi, quindi il nostro Io è in continua evoluzione e cambiamento a seconda delle persone con le quali ci rapportiamo e a seconda dei tempi in cui lo facciamo. A seguito di questi miei ragionamenti ho smesso di credere a chi dice che le persone non cambiano. Quelle vere cambiano e lo fanno in continuazione. Quelle costruite dietro alle regole sociali, etica, morale e impigliate dentro ad una rete chiamata coerenza, quelle, forse, non cambiano.

Le prime non riescono mai a capire esattamente chi sono e si mettono sempre in discussione, imprigionate nella relatività dell’esistenza. Le seconde, invece, vivono nella certezza e non si fanno domande sulla loro vita. Le prime sono portate al sentimento, le seconde alla ragione e alla pratica. Io ho fatto parte per un lungo periodo della mia vita del secondo gruppo di persone e poi un giorno mi sono svegliata come da un lungo sonno e ho capito che tutta la mia ragione era solo un inganno, una trappola o forse una protezione, una salvezza.

Una volta aperti gli occhi non ho potuto fare a meno di provare ad uscire da quella mia prigione se pur spaventata e inesperta. Per me è stato come rinascere e dover imparare tutto nuovamente, come un neonato. Sentendomi persa e un po’ spaesata ho iniziato a chiedere alle persone che avevo vicino cosa pensassero di me e di conseguenza a chiedermi cosa avevo provato io relazionandomi con loro.

Ne è uscito fuori un quadro, spero che i reali pittori non si offendano leggendomi utilizzare questo termine. All’epoca era un po’ come guardarsi allo specchio, adesso è come guardare una vecchia foto. Alcune qualità sono rimaste come restano gli occhi, le orecchie e le mani, altre, sono cambiate, magari quel taglio di capelli piaceva di più, il sorriso era diverso, magari venivano indossati orecchini che adesso non si ritrovano più.

Insomma sono sempre io ma quella di un po’ di tempo fa.

Questo esperimento mi ha aiutato a capire tante cose di me e altrettante del mondo ma ciò che più mi resterà addosso è l’importanza delle persone e delle relazioni perché quando attraversi una strada al buio e non credi nemmeno di saper camminare, lasciandoti aiutare dagli altri vedrai che non ti arrenderai e piano piano l’oscurità si dileguerà.

Questo è ciò che ci rende umani. La capacità di condividere il proprio io con il prossimo, di migliorarsi e di scoprirsi giorno dopo giorno.

 

WP_20160115_18_35_40_Pro