L’ombra dell’amore

Il chiodo non scaccia chiodo ma aumenta la profondità della ferita.

Lezioni che si imparano con l’esperienza.

Dovremmo acquisirne sempre più ma essa è figlia degli sbagli e gli sbagli sono dolorosi.

Quanto ancora dovrò sbagliare per migliorarmi? per stare bene? per bastarmi?

Mi basterò mai? Basterò mai ad un’altra persona, ad una sola?

E quella persona mi basterà?

Mi affeziono alla gente, mi piace aiutarla, guarirla, sollevarla, solo in quel momento mi sento piena, solo in quei gesti sono sazia della mia personalità.

Ma questo non è amore. Questo è solo il mio carattere.

Ma allora, sono in grado di amare? e amarne uno e uno solo?

Forse. Forse per te ci riuscirei.

Ma tu? Riusciresti ad amarmi se non amassi solo te? se continuassi a dedicarmi al prossimo, mi ameresti lo stesso? se non fossi tu il centro dei miei pensieri rimarresti al mio fianco?

Io no, voglio essere il tuo mondo.

Io sono ingombrante. Ingombrante come un albero di Natale in un monolocale in centro a Milano, che sai di non avere nè spazio nè tempo ma è Natale e quell’albero ti fa stare meglio.

E devi farne di spazio per posizionarmi, e devi averne di tempo per abbellirmi e ammirarmi, e poi, lo sai, sono un albero che mette radici, uno di quelli per il quale devi comprare la casa con giardino e terreno a sufficienza per piantarmi, così da poterti fare ombra e ospitare chi come te cercherà rifugio.

Non so cosa voglia dire amare ma prometterti fresco in una giornata così calda potrebbe essere un buon inizio.

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Applausi

Per una settimana intera sono stata un marinaio di colore a bordo di una baleniera. Cercavo insieme ai miei compagni di sconfiggere l’impossibile. Sono morta sette volte in sette giorni, annegata e abnegata. Ovviamente facevo finta ma in realtà,replica dopo replica, morivo un po’ anche io. Essere attori è un po’ così, un’esperienza che travolge e sconvolge. Ogni sera che mi mettevo in viaggio lo facevo verso l’ignoto, perdendo me stessa sotto un cappello, capelli raccolti, in una pelle che non mi apparteva, in quei panni sporchi di chi deve guadagnarsi la vita.

Mi sono persa nella follia di un’impresa immensa e ho confuso la linea di confine tra persona e personaggio perchè in fondo una compagnia d’attori non è che una ciurma al seguito del suo capitano e se il regista ti trascina in un viaggio a balene tu accetti senza sapere il vero intento, lo scopo finale, la fatica necessaria e l’impegno richiesto per il suo raggiungimento.

Sette giorni d’angoscia e confusione, sentimenti che non si cancellano facilmente se non con gli applausi, quelli dell’ultima replica, quelli che sei consapevole di averli meritati, quelli che ti fanno salire per tre volte sul palco e ad ogni inchino un po’ di gioia a colmare il vuoto lascato da quella “pazzia impazzita che è calma solo per controllare se stessa”.

Nonostante abbia sciolto i capelli, rimesso i panni puliti e riacquistato la mia femminilità continuo a portarmi addosso segni e ferite di questo percorso fatto fra le tenebre e non ancora terminato ché di annegare ho smesso ma di abnegare ancora no.

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Nuova accademia degli Arrischianti Sarteano Spettacolo al castello 2015 Moby Dick           “la ciurma del Pequod” Foto di Mauro Sini
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Erica vs Deggu Foto di Mauro Sini
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Capitano Achab Foto di Mauro Sini

Leggera

Pervasa da una strana sensazione di vuoto cerco la mia strada, giorno dopo giorno, ora dopo ora, secondo dopo secondo. Non è quel vuoto che spesso ho conosciuto, quella mancanza, quell’assenza che non ti fa vivere e respirare, è un vuoto diverso, è consapevolezza di leggerezza.

Non ho più pesi dentro al cuore, non sono più controparte di una bilancia che sale e scende a seconda di ciò che viene messo e tolto dal piatto.

Sono scesa da quel gioco di compromessi e adesso guardo quella bilancia finalmente ferma e mi sento leggera, non volo sollevata dal peso di qualcun altro, non precipito più nel fondo di un piatto vuoto riempito di briciole e avanzi del passato. Cammino leggera senza meta ma con i piedi per terra, verso il mio orizzonte sorretta da un leggero equilibrio.

Sette rintocchi…è la campana, è ora di svegliarsi.

Segreti

Ti ricordi quel viaggio?

Stavamo parlando di lui, parlavamo delle donne, di quelle che tengono i piedi in due scarpe e io che cammino a piedi nudi sull’asfalto non capivo come era possibile, io che per quel viaggio mi sono bruciata le piante dei piedi, io che ancora adesso mi lecco le ferite.

Le odio le donne così, quelle che vogliono di più ma non lasciano il meno, le trapeziste con fune e rete sotto, ma dico, uomini, non vi stancate di fare da paracadute, perchè dovreste accontentarvi di chi si lancia verso un altro e cade puntualmente su di voi?

Ti chiesi se era giusto che egli soffrisse così, continuando a credere che quella donna cadesse per insicurezza, perchè sbagliava appoggio e non perchè saltasse volontariamente verso altre direzioni…tu mi hai risposto che non era giusto, ma che egli non ascoltava nessuno, che non potevi aiutarlo, che forse doveva capirlo da solo.

Poi hai detto a me di aiutarlo, perchè io, non lo so, io che capisco e condanno i movimenti di quella donna, io che preferisco perdere tutto prima di perdere me stessa, io che se dico di tenere ad una persona piuttosto me ne privo prima di torturarla, io che stavo parlando di lei e di lui per spiegarmi a te.

Le tue parole hanno sempre avuto l’effetto di un ordine nella mia testa, non so perchè, ti credevo e ti credo ancora.

In seguito l’ho aiutato ma non come avrei dovuto, non come avrei fatto in altre circostanze, ci sono andata leggera, con dolcezza, con filosofia, evitando traumi. Ma senza traumi, senza una cicatrice a ricordare il torto subito la memoria dell’uomo è debole e si scorda facilmente.

Te lo ricordi quel viaggio?

Mi hai chiesto di aiutare lui mentre potevo aiutare te.

Astinenza

Avete presente quella sensazione sullo stomaco quando mangiate con foga poichè non riuscite a sentirvi sazi e poi d’improvviso arriva un insolito senso di pienezza? Quanto è fastidioso? E il pensiero automatico conseguente è: ora basta, ho mangiato troppo, sono una stupida, non devo mangiare così tanto, un giorno di digiuno mi farà bene.

Ecco, io mi sento così…sazia. E non è il cibo il mio problema…non oggi almeno.

Sono sazia di messaggi, parole, gesti e notti insonni.

Sono sazia di probemi non miei, sazia di incoerenza, sazia della vuota bellezza dei ragazzi che non sanno affrontare il giorno dopo, sazia delle scuse, sazia delle promesse.

A volte è come servirsi a un buffet, si carica il piatto di tutto ciò che ci viene offerto (non sia mai che finisca da un momento all’altro) ma perdiamo di vista ciò che ci va realmente…adesso guardo il mio piatto e niente mi fa più gola, tutto ammassato l’uno sull’altro e così decido di gettarlo, di pulire il mio piatto e lasciarlo vuoto in attesa che ritorni l’appetito, e aspetto proprio l’appetito e non la fame, la fame è per chi ama i buffet, io voglio servirmi al ristorante, tre portate bastano:

-antipasto

insalata mista di carezze

-primo

sguardi al profumo di bacio

-secondo

rollè di abbracci

Chi lo sa, magari m’innamoro del cameriere 😛

Luna piena sotto il segno dello scorpione

Ormai so bene quali sono i tre fattori che complicano la mia vita.

Luna piena, lago, alcolici.

Tre addendi dalla somma esplosiva, un mix di confusione e passione fuori controllo, se poi ci metti Giove che se la fa con Venere e la Luna piegata al tuo segno zodiacale, il risultato effetto TNT è assicurato.

E allora succede che ti metti al volante e fai un viaggio, un’escursione fuori porta, perchè tu, di bussare sempre a quella stessa porta, ti sei stancata.

E allora succede che nel viaggio riscopri un po’ di te, la tua voglia di giocare e di scherzare, scopri che le domande diventano avverbi dal sapore affermativo più che interrogativo, scopri che certi morsi non fanno male (se non il giorno dopo), scopri che due braccia senza via d’uscita sono più piacevoli di una fitta rete di complimenti nella quale restare impigliati, scopri che chi parte in vantaggio non sempre finisce vincitore e che i baci sulla fronte sono da sfigati.

La me di prima a quei baci sulla fronte ci teneva.

La me di prima era una sfigata.

La me di prima aveva bisogno di quella sicurezza, una dolcezza necessaria per mandare giù la pillola.

Poi fai un viaggio fuori porta e scopri che lo zucchero non serve se non c’è medicina da ingoiare.