Il calciatore dei miei sogni

Tutte hanno un calciatore preferito, quello che sogni di nascosto, quello che ti fa battere il cuore, quello troppo bello per essere vero, quello simpatico e divertente, quello carismatico o quello intrigante.

Su questo tema i nomi si sprecano: Totti, Osvaldo, Del Piero, Baggio, De Rossi, Batistuta….ecc. ecc.

Il mio è un nome famoso ovviamente ma meno inflazionato e ieri ha segnato il suo 205° goal in serie A. Ebbene sì, i miei sogni sono reti segnate da Totò di Natale.

Ho iniziato a seguirlo 6 anni fa per caso, aveva una faccia pulita e un sorriso da farti girare la testa. Non era blasonato ma giocava a testa bassa, senza pretese, con una squadra minore e forse anche inferiore al suo talento. Quell’anno con 29 goal fu il capocannoniere, sorpassando anche Milito, punta di diamante dell’Inter del Triplete.

A pensarci bene quella stagione fu un po’ come la partita di ieri: l’Inter vince ma Di Natale segna.

E lui segna e continua a segnare, nella vita prima che in campo. Lui è il calciatore dei miei sogni perchè è uomo prima di essere atleta, è marito prima di essere attaccante, è padre prima di essere capitano.

Sa cosa significa la fedetà, l’appartenenza e l’attaccamento alla maglia. Sa che la gloria non arriva facilmente e se è facile non dura molto.

Tutti dicono che ” è sbocciato tardi”, io penso invece che solamente non abbia cercato scorciatoie, che si sia fatto il mazzo, che sia cresciuto col tempo e che il tempo abbia fatto la sua storia, diventata leggenda raggiungendo lo stesso numero di reti di Roberto Baggio in serie A.

Totò rimarrà nella “Hall of fame” dei marcatori italiani per la sua semplicità, per aver conciliato personaggio e persona, vita personale e professione, famiglia e squadra.

Per questi motivi a occhi chiusi scelgo lui, perchè (perdonatemi il francesismo) è uno con i controcoglioni, che non ha scelto la via più semplice ma che lì ci è arrivato uguale. Deciso, risoluto, e divertente nel modo di giocare, ha dimostrato che si può essere uomini veri nonostante l’essere calciatori.

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Favole….o le scrivi o le vivi

Oggi ho scritto una favola, l’ho fatto per un concorso o forse l’ho fatto per spiegare  agli altri e sopratutto a me stessa quello che sto vivendo. Ultimamente perdo spesso le parole, resto in silenzio, non è cosa da me in realtà, ho sempre pensato che il silenzio fosse vuoto, espressione di chi non ha niente da dire o peggio ancora da pensare, la maggior parte di quelli passati probabilmente lo erano, questo che sto vivendo adesso è denso, è carico di significato da voler scoppiare, è silenzio perché non esistono parole per descrivere le emozioni che sto provando e allora la mia bocca si cuce, le mie dita rallentano, la mia testa si perde.

Poi però mi sono detta, perchè riesco ad esprimere tanto bene tutto ciò che nasce dal mio dolore e la felicità non la so descrivere? Perchè non provare a mettere nero su bianco anche queste sensazioni così grandi, potenti e bellissime?

Allora ho provato, ho provato con una favola, con la metafora, e alla fine sono riuscita a buttare giù una bella storia, ma leggendo e rileggendo ho capito che è comunque troppo riduttiva per comprendere ciò che sto attraversando, nemmeno paragonare questo momento alla stella polare è abbastanza magico, le parole mancano sempre.

Perciò sono arrivata alla conclusione che le favole, quelle che leggiamo non possono essere reali, o le vivi o le scrivi e per una che ha sempre creduto alla carta stampata questa è proprio una bella novità…se non avessi vissuto certe sensazioni sulla mia pelle scriverle sarebbe stato semplice, sarebbe stata fantasia, composizione di frasi armoniche, di belle parole, l’involucro di ciò che realmente esiste. Una volta provate però nessuna parola ha più molto senso, hanno senso i respiri, i rumori, i gesti, gli sguardi, i brividi, le scosse, i sorrisi e queste sono solo sensazioni da provare e non da descrivere.

Ma soprattutto lo sapete cosa mi fa paura? Ogni favola (che sia lieto o meno) ha sempre un finale… e io qui sopra la parola fine non ce la vorrei proprio mettere.

Tra palco e campi da gioco

Sport e arte non sono poi così distanti fra loro. Prendiamo i giochi di squadra ed il teatro ad esempio.

C’è l’allenatore e c’è il regista.

C’è la rosa dei giocatori e c’è la compagnia di attori.

Ognuno deve affrontare le proprie partite durante un campionato o i singoli spettacoli di una stagione teatrale.

Ognuno ha a disposizione un po’ di esempi di umanità da plasmare senza snaturare e deve decidere chi è in grado di sostenere quel determinato ruolo e chi no, chi può essere schierato quel giorno e chi no, chi può migliorare e prendere quel posto in un futuro, chi può stare dietro le quinte.

Entrambi lavorano per arrivare al successo, limano i difetti, danno valore ai pregi fino a trovare equilibrio e armonia in quella marea variegata di persone che inevitabilmente diventano singole maglie di un’unica sciarpa.

Ognuna di queste persone scenderà in campo e reciterà la sua parte che è solo conseguenza delle battute di chi è prima e causa delle azioni di chi verrà dopo.

Uno scambio di passaggi e fiducia per ottenere il massimo del risultato. Si lavora di squadra, non ci si distingue per meriti e si lavora tutti per lo stesso fine, ci si aiuta e ci si stimola per fare meglio.

Un buon regista e un buon allenatore devono saper scegliere chi potrà essere più utile alla causa e motivare chi ancora non è pronto, devono trovare l’assetto giusto e avere il coraggio di cambiare ciò che stona in quell’armonia di gruppo e soprattutto una volta trovato il team giusto devono essere in grado di non cambiarlo e valorizzarlo al meglio, spettacolo dopo spettacolo, partita dopo partita, poichè, ammettiamolo, gli attori come gli sportivi sono individui mentalmente poco stabili: terribili leoni sopra il palco o dentro al campo che appena varcata la quinta o scaldata la panchina diventano insicuri gattini con bisogno di attenzioni.

Ti sento

Sono una che parla e non poco, sono una che con le parole ci fa un po’ quello che vuole, sono una che più diventa grande e più si riscopre bambina, psicologicamente parlando sono la versione femminile di Benjamin Button.

Eppure una sera ho perso le parole, ero al telefono e non avevo più niente da dire, o meglio, ce lo avrei avuto ma volevo tenerlo per me, preservare quella bellezza, quel sentirsi senza ascoltare nulla, quei respiri affannati, quei battiti accelerati, quei sorrisi che non si possono vedere sulla distanza di due touch screen ma che si percepiscono, quel silenzio nato dalle guance doloranti, gonfie di una felice tensione, volevo continuare a percipire il peso di quel mattone invisibile messo lì al centro, proprio sotto il seno.

Troppo strano questo sentirsi, avere la stessa intensità nel medesimo momento, nasconderla e riaccenderla al rumore di un sospiro, negarla e accoglierla dentro ad uno sguardo, bloccarla e lasciarla andare alla presa di un’altra mano.

Un sentirsi, questo, che fa paura, una novità, elevazione di due personalità che si fondono nei pensieri prima che nei corpi, una vibrazione di corde di violino che emette una musica destinata solo a noi, frutto del nostro silenzio.

Una melodia chiamata felicità e non c’è suono che spaventi di più.

Guilty

Violet quella sera era con un gruppo di ragazzi che conosceva mentre stava aspettando una sua amica per andare a ballare. Uno di questi, ormai incapace di intendere e di volere, annebbiato dalle sei ore precedenti scandite in litri invece che da minuti, le disse che adorava il suo profumo, l’aveva definito un profumo da donna donnissima.

In realtà Violet fino a qualche mese prima non aveva un profumo preferito ma il nome di quell’essenza faceva ormai parte di lei : colpevole.

Che poi di cosa, colpevole, non se lo spiegava ma se lo sentiva.

Colpevole, forse, di seguire i suoi sentimenti, di voler capire i battiti di un cuore, di cedere alle emozioni, di vivere come non ci fosse un domani. E allora sì, quello era diventato il suo profumo e lo “lasciava in giro come a dire io ci sono”.

Infatti lei era lì, ancora un’altra volta, con la sua voglia di vita, il suo sorriso, le sue paure, fiera di avere quella boccetta in borsa, fiera di sentirsi colpevole.

Sicuramente lei nell’aria era rimasta e con lei anche la colpevolezza era diventata contagiosa per chi aveva saputo utilizzare bene l’olfatto.

Capolinea (le cose in comune)

Seduta a sinistra nella direzione di marcia.

Seduto a destra nella direzione di marcia.

In ogni caso seduti.

Le gambe destre entrambe accavallate sulle sinestre.

Due paia di calzini a righe.

Nessun cellulare nelle loro mani. (Nel 2015 è una rarità)

Un libro per lui, letteratura russa.

Un’agenda per lei, terribilmente rosa.

Lei scrive, lui legge.

La testa è appoggiata sul finestrino, da qualche parte bisogna pure appoggiare il peso dei pensieri.

Due occhi azzurri per lui; la timidezza a renderli così chiari.

Un paio di occhiali scuri per lei; protezione da chi parla a voce troppo alta.

Un paesaggio che scorre come una pellicola di un film e loro due immobili.

I loro pensieri erano forti, intensi, così decisi da annullare il frastuono di quello scompartimento.

Lei guarda lui dietro lenti scure. Lui guarda lei quando le lenti son voltate altrove.

Si sentono ma non si vedono.

Basterebbe poco, un cenno, un imprevisto, una parola per rompere quel silenzio e lui e lei potrebbero conoscersi utilizzando tutti e 5 i sensi annullando il sesto che li lega in questo momento.

L’inchiostro che esce dalla penna di lei finisce sulla copertina rossa del libro di lui, macchie nere che mantengono la distanza degli occhi e delle mani.

Quando il paesaggio smise di correre si alzarono, l’agenda a terra, il libro sul seggiolino, in silenzio si baciarono, lei a tre fermate dalle sue montagne, lui a sette dal suo mare.

Sospesa

Non c’è niente da fare, i complimenti a una che, dell’autostima ha perso l’indirizzo di casa, fanno sempre palpitare il cuore, se poi il tipo niente male ti scrive “cazzo quanto sei bella” non puoi far altro che pensare che l’essere bella, sottolineato da un cazzo, valga doppio.

Il tipo in questione crede addirittura che io lo sia troppo, che abbia troppa intelligenza e che tutto ciò non possa andar bene,

Il tipo in questione è fidanzato

Il tipo in questione mi ha fatto la lista di tutti i suoi difetti per dirmi che non è un tipo da frequentare.

Il tipo in questione dice che è stronzo ma a letto con me non ci viene perchè poi non si guarderebbe allo specchio

Il tipo in questione dice che a me si affezionerebbe e questo non va bene perchè vedi punto sopra, lui è stronzo e io ne soffrirei.

Il tipo in questione afferma che gli ho incasinato la vita, da quello che mi ha detto, gli ho solo dato una boccata d’aria.

Il tipo in questione racconta bene la sbagliatezza perchè è lì che crede di essere nel giusto.

Il tipo in questione ha perso la strada di casa dell’autostima.

Ed è qui che ci siamo incontrati, ad un quadrivio, due strade che s’incrociano, quattro occhi che si guardano, dieci dita che si scrivono che no, non si fa, non si può, non ha senso. Io credo che il piacere sia un senso e che spesso sia sottovalutato.

Adesso siamo fermi in mezzo alla strada, in silenzio, le nostre, due lingue rinchiuse in un mare di parole, sbarre di una prigione chiamata coerenza.

Aspettiamo, aspetta, aspetto….

C’è un tir in lontananza, io non mi muovo e apro una mano che rimane lì sospesa in aria