Tu chiamale se vuoi emozioni

 

Ho fermato le mie dita, mi sono chiusa in una gabbia di silenzio, troppo forti, troppo grandi, ingestibili e indescrivibili. Ho dovuto fermarmi, pensare, gestire, crescere e affogare. Eccomi qua’ cresciuta, non piú preda ma carnefice, razionale e paziente.

Sterile.

Le emozioni sono come bestie, ti possono sbranare o le puoi domare.

Sono convinta ci sia un’altra via e la chiameró libertá condizionata.

Il mio prossimo esperimento. Dopo aver lasciato le mie emozioni piú genuine completamente libere di annientarmi e dopo averle successivamente domate e rinnegate adesso cercheró di lasciarle libere a poco a poco, come detenuti di un penitenziario. Ho capito che non posso vivere di esse ma neanche senza.

Forse la chiave della felicitá é quella di una gabbia della quale tu stesso sei il carceriere.

 

 

 

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Nel nome del padre, del figlio….

Alla destra avevo il padre, alla sinistra avevo il figlio e alle spalle un cazzo di prete.

Precisiamo… alla destra avevo il padre del mio ex, alla sinistra avevo il fratello del mio ex e alle spalle sempre un cazzo di prete (se vogliamo essere puntigliosi tal prete lo avevo conosciuto a pranzo a casa di un altro mio ex).

Dei miei ex per fortuna nemmeno l’ombra.

Ieri sera avevo questa riunione, come diceva mia nonna la croce e il lanternone toccano sempre al più coglione e io in quanto a coglionaggine non manco di nulla (oggi sono per le citazioni ecclesiastiche).

Una riunione che non richiedeva la mia presenza ma questo l’ho scoperto dopo.

Sapete quelle riunioni dei giochi paesani nelle quali si parla di tutto e non si decide niente, quelle che finché non sei al giorno prima dei giochi non si presenta nessuno?

Come volevasi dimostrare ieri 8 cristiani per 6.000 abitanti erano lì a pontificare sul nulla; considerando che ho abbandonato il cristianesimo da quando il catechismo viene fatto da suddetti preti (si mormora che Spotlight abbia vinto un Oscar) e che non sono residente in tal paese diciamo che presenti erano in 7+ una che è capitata lì per caso.

Non credo di essermi mai ritrovata in una circostanza più assurda, l’ottanta per cento degli argomenti non suscitavano il mio interesse e nel frattempo i miei compagni di banco si interrogavano preoccupati ad alta voce sul perché il loro rispettivo figlio e fratello non fosse presente alla riunione. Già che in quel momento si stava parlando di palle mi sono morsa la lingua per non rispondergli che forse se gliene regalavano un paio potevano sperare in un’apparizione.

Da lì in poi ho indossato il mio “best fake smile” e mi sono persa nei pensieri.

Pensavo all’ennesimo viaggio che affronterò, a quello che mi aspetterà al mio arrivo.

Pensavo al messaggio che ho ricevuto quando gli ho scritto “Sai? Ieri ho prenotato il volo”

una persona normale mi avrebbe chiesto quando sarei arrivata e lui no “one way ticket?”.

Come dice la mia migliore amica se fosse stato normale non mi sarebbe piaciuto.

Ebbene sì questa volta è un’andata senza ritorno, o almeno i ritorni serviranno a santificare le feste. Lo sa che non sto andando là per lui e lui di sicuro non sta aspettando me ma forse il sapere che qualcuno dopo tanto andirivieni resti è una sicurezza che gli è necessaria.

Sono brava a rassicurare gli altri, vorrei a volte farlo anche con me stessa, vorrei placare questa costante paura che ho di fallire ma capisco che solo la vita può curare le mie insicurezze. E così parto un’altra volta, inseguendo me stessa, so di esserci vicina.

So che mi serve una patria e questa sembra fare al caso mio, mi hanno sempre spaventato le isole, così inaccessibili, solitarie, impenetrabili. Questa è diversa, questa ti accoglie tra i suoi prati e il suo cielo e ti coccola, per lei non esistono stranieri, è una patria di migranti e immigrati, è un porto sicuro in mezzo al mare. Essa è un pensiero che mi calma.

“allora abbiamo deciso tutto e i turni del campo per gli allenamenti li gestite tra voi”

Ecco l’unica notizia che mi serviva…

Andate in pace.

 

 

 

Bellezza e verità

Avrebbe potuto arrabbiarsi, urlare, non rivolgergli mai più la parola e l’avrebbe capita, invece era lì, al suo fianco a parlare come avevano sempre fatto, a ridere e scherzare nonostante tutto. La sua presenza, il suo sorriso, le sue parole erano la costante conferma della sua bellezza, tutto lì a ricordargli quello che poteva essere e non è stato.

L’aveva desiderata tanto, sapeva che sarebbe stato l’uomo più fortunato al mondo se solo la vita non si fosse messa in mezzo. Già, la vita. La vita a volte distrugge i sogni. Lei era una che aveva i suoi tempi e quella volta arrivò in ritardo o forse era lui ad aver corso troppo. Egoisticamente inconsciamente aveva sperato che si offendesse, che non si dimostrasse così perfetta, che non rimanesse lì a ricordargli quanto ironico potesse essere il destino.

Invece, come al suo solito l’aveva stupito, l’aveva capito. Non poteva far altro che adorarla ma di più non poteva fare. Era lì, con le sue paure ed incertezze ma con quello sguardo forte di chi ne aveva passate tante e di chi nonostante tutto non si piegava al mondo. Mentre l’ammirava a distanza pensava che forse quel punto temporale così sbagliato in cui si erano incontrati non fosse poi così ingiusto, lui non era per lei, lei meritava di più.

Voleva davvero che lei fosse felice, che trovasse veramente qualcuno degno della sua bellezza, qualcuno che non offuscasse la sua luce con le proprie ombre e lui era fatto della stessa sostanza di cui è fatta un’ombra.

Era una che non aveva paura dei sentimenti, lei ci credeva davvero nell’amore, nella sua purezza, in quello incondizionato che non ha niente a che vedere con l’unione dei corpi ma con quella delle anime. L’aveva vista innamorarsi molte volte, l’aveva vista innamorarsi anche di lui e non faceva finta che non fosse successo, lei non fingeva, non usava strategie, lei era vera. Ed in quella verità ti potevi perdere, potevi vedere chi eri, dentro la sua verità potevi vederti allo specchio e quello che vedevi poteva fare molta paura. In molti se ne erano allontanati senza poter reggere il peso di ciò che lei mostrava loro e anche lui aveva pensato di fare lo stesso, per un po’ aveva creduto di non poter reggere il confronto, con lei, con se stesso.

L’aveva ferita affinché fosse lei a scappare ma era tornata con le sue cicatrici e non le importava e forse era ancora più bella. Aveva davanti a sé una vita tutta da scoprire e mentre lei era lì a raccontargli le sue speranze e i suoi viaggi Valiant non poteva far altro che sentirsi onorato di averla conosciuta e che lei gli avesse concesso le sue attenzioni.

Di persone come lei se ne incontrano poche a questo mondo, si riconoscono da come camminano, ti guardano sempre fino all’ultimo secondo prima di voltarti le spalle.

La mia borsa

Ascoltando la canzone di Noemi, la borsa di una donna (lo so, da me, San Remo è arrivato in ritardo) non posso fare a meno di guardare cosa c’è nella mia, scommetto che ogni donna lo ha fatto o ci ha pensato. Nella mia c’è un gran casino ma anche alcune cose interessanti.

Qualcosa di rosa

Le mie amiche sono finalmente riuscite a convincermi che in mezzo a tutto il mio nero ci può stare un po’ di frivolezza così ho inserito questo colore tra i miei accessori, anno scorso era un’agenda, avevo necessità di scrivere, adesso è un ombrello chiuso nella speranza di rivedere la pioggia di un paese vicino e allo stesso tempo lontano.

Un biglietto usato

Quel volo che mi ha riportato a casa, quel conflitto tra tornare e restare, quel viaggio che mi porto dentro e che non sono riuscita a spiegare o forse qualcuno ha fatto finta di non capire.

Un estratto conto

Niente scontrini per me ché comprare non è la mia specialità, al loro posto un estratto conto, prosciugato da quel viaggio, la lista dei movimenti della mia vita, tanti chilometri e saldi a scalare da un po’ di tempo a questa parte. Un foglietto di carta che intima di fermarmi, il simbolo della mia pausa, l’attesa della grande svolta.

Un copione

Come canta Ligabue: “c’è sempre una parte da recitare”. Non c’è miglior modo di conoscere se stessi se non vestire i panni degli altri.

Chiavi e portachiavi

Oggetti del passato, ricordi di porte chiuse, di serrature cambiate, di accessi, alcuni ancora percorribili altri inaccessibili; che poi le chiavi non le trovo mai, i portachiavi sempre.

Non c’è molto altro nella mia borsa ma è una borsa sempre aperta; c’è chi ha rubato e chi invece qualcosa ha lasciato, non pesa poi così molto, non è di particolare valore ma ricordo esattamente il giorno in cui l’ho comprata, prima di quel viaggio, sempre in conflitto tra partire e restare, ed è per questo che l’ho comprata, si vedeva che era destinata a viaggiare.

 

L’amore è una cosa semplice

L’amore è una cosa semplice.

Me lo ha detto un ragazzo ieri sera.

Di quello che mi ha raccontato però nulla mi pareva semplice. Nelle sue parole vedevo tante chiare scelte sbagliate ma chi sono io per dirglielo? Ho preferito tacere.

L’amore è una cosa semplice. Probabilmente su questo ha ragione ma il concetto di semplicità va un po’ ridefinito.

L’amore capita, non si sceglie, al massimo si può ignorare, l’amore si fa.

Si fa principalmente con gli occhi, con i piedi che s’incrociano, con le mani che si sfiorano, con la musica, quel beat che è unico ed irripetibile.

Tutto questo è molto semplice. Il complicato lo fanno le circostanze, il tempo, la società, quello che io chiamerei il piano della realtà.

Vorrei poter decidere di chi innamorarmi, sarebbe semplice. Un ragazzo intelligente e sensibile quanto basta, di aspetto piacevole e dai molti interessi, magari potrei trovarlo in un paese vicino così da poterci vedere frequentemente senza starci troppo addosso. Di uno così mi potrei innamorare e sarebbe semplice.

Purtroppo però l’amore io non lo decido, l’amore a me capita.

Capita che viviamo in nazioni differenti, che i nostri sentimenti non vadano di pari passo, che non parliamo la stessa lingua, capita a me e non è detto che sia reciproco, capita ad entrambi e ce lo teniamo nascosto perché non doveva capitare, capita che finisce, capita.

L’amore per me è un viaggio su un treno del quale non posso permettermi il biglietto così a volte affronto il rischio di una multa e salgo, altre resto ferma alla stazione a guardare i treni fermarsi e ripartire.

L’amore è una cosa semplice, proprio come un viaggio in treno.

Tra martiri ed eroi

Quando ti ho conosciuto fingevo di capirti, ci provavo, volevo piacerti, essere al tuo livello ma in realtà io il tuo amore platonico e il tuo ermetismo non li capivo e le tue metafore erano solo tanti punti di domanda ai quali non riuscivo a dare una risposta.

Per me l’amore era una cosa terrena, pratica, semplice, elementare forse e tu lo rendevi così complicato, impossibile, inaccessibile, misterioso, devastante ma inspiegabilmente vero.

Io ti insegnavo che amare era sinonimo di dare e tu replicavi che era ricevere e accettare senza pretese. Io da te pretendevo una risposta e tu continuavi a pormi domande.

Nella nostra incomprensione io e te ci siamo insegnati l’amore a vicenda, senza mai dirlo, senza mai farlo. Tu hai imparato a dare e a donarti. Io ho imparato a ricevere, ad accettare ed accettarmi.

Da allora ho accettato senza domande di non essere io la scelta giusta e ho imparato a ricevere senza contraccambiare.

Solo oggi però ho capito quello che per te era l’amore. L’ho capito perché l’ho provato, è stato reale e irreale al tempo stesso, un amore che aveva una fine prima ancora che avesse un inizio, quell’amore che ti fa venire voglia di combattere ma qualunque guerra, si sa, anche se giusta, rovina sempre il campo di battaglia.

Ora capisco perché il tuo amore fosse più vero; è l’amore per cui ti faresti eroe ma preferisci farti martire affinché esso non si logori.

La risposta

Mia sorella questa settimana mette in scena uno spettacolo intitolato “la risposta” dove un gruppo di anime vengono interrogate su cosa sia la felicità. La risposta a questa domanda detterà il loro futuro che non sto qui a spoilerare; andate a vedervi lo spettacolo che è meglio.

Che cos’è la felicità?

Avete presente gli ossi della fortuna? soffiare sulle candeline il giorno del proprio compleanno? passare sotto un ponte mentre sopra sfreccia un treno? vedere 4 numeri uguali nell’orologio? scorgere una stella cadente e tutte queste tradizioni che ti fanno esprimere desideri?

Io ho sempre avuto, da che ricordo, un unico desiderio: la felicità.

Quando ho detto ad un mio amico che esprimevo sempre lo stesso desiderio da una vita lui mi ha risposto che probabilmente non doveva funzionare un granché.

Aveva torto…funziona sempre, solo che io non metto mai il soggetto, io la desidero, come assoluto, è il destino poi a scegliere a chi donarla.

Della felicità io non so molto, ma so che non è egoista, che non pretende nulla in cambio, che non sta nelle cose, che non è continua, che non è perpetua, che come la legge moderna non è uguale per tutti.

La felicità gioca spesso a nascondino, va ricercata e come ogni bella donna va desiderata. So che felicità con serenità fa solo una bella rima baciata e che al contrario la felicità scompiglia e fa paura soprattutto quando è pura.

Essa non ha tempo, né orari, a volte è in ritardo, a volte sfreccia, a volte si ferma, a volte sorpassa ma a volte basta sorriderle per far sì che ti aspetti.

La cosa più importante che so?

La felicità non si compra ma si regala.

Allora eccomi qua da una vita ad esprimere desideri che colpiscono chi mi sta più a cuore nel momento in cui li esprimo. La maggior parte delle volte non so nemmeno io a chi sono destinati, è difficile guardarsi con sincerità.

Ho soffiato su una candela esattamente una settimana fa e so per certo che qualcuno sta vivendo il suo momento di felicità.

La domanda però rimane: che cos’è per me la felicità?

Guardare il riflesso di un’alba dentro un paio di occhi.

P.S.  qui sotto il link dell’evento (sicuramente loro ve la sapranno spiegare meglio :P)

https://www.facebook.com/events/205534699813744/